Al bar

tre differenti modi in cui è preparato il caffè

“Un caffè per favore.”

Quante volte, noi italiani al bar, abbiamo sentito o pronunciato questa frase? Centinaia? Migliaia? Fantatrilioni?

Già… perché a vederla così sembra semplice!
Mentre la verità è molto più variegata e presenta innumerevoli sfaccettature.

All’estero sì che è facile!
Entri in una delle tante catene commerciali in franchising, chiedi un caffè e ti riempiono un bicchiere di cartone con una pinta di brodaglia scura di indefinibile composizione.

A noi piace invece complicarci la vita…

Per cui il caffè (l’elenco segue un flusso di coscienza, quindi è disordinato e incompleto!) può essere:

  • espresso;
  • lungo;
  • macchiato caldo;
  • macchiato freddo;
  • in tazza fredda;
  • cappuccino;
  • mocaccino;
  • marocchino;
  • al vetro;
  • decaffeinato;
  • corretto (il quale si scinde a sua volta in variabili calcolabili solo da funzioni quantiche);
  • salentino;
  • fanese;

e chi più ne ha più ne metta!

Per cui la mirabile innovazione di un bar di San Francisco – USA – consistente in un robot, muto e asettico, che prepara bevande senza sbagliare, ai nostri occhi è risibile!

Robot prepara caffè in un bar di San Francisco

Metti quel robot in un bar standard della nostra penisola: i chip fonderebbero in meno di venti minuti.
Senza considerare che il bar non è solo luogo di consumo.
Il bar è la zona franca in cui vilipendere senza conseguenze legali qualsiasi rappresentante politico/istituzionale.
È il posto dove si smettono i panni professionali e si indossa la tuta da allenatore di calcio, il casco da pilota, il camice del medico o la toga del giudice.

Agli americani – vi ricordo che stiamo parlando di un popolo che mette l’ananas sulla pizza, e non è neanche la cosa peggiore che fa – va bene un robot: hanno poche pretese e vanno sempre di fretta.
Non hanno tempo di discutere di massimi sistemi con un barista.
Se invece ai mediterranei togli questo piacere: poi con chi parlano, con la moglie?
Perciò secondo me qui non avrebbe futuro, a meno di non mutare il nostro DNA e uniformare le nostre abitudini ai popoli d’oltre oceano.

Ora faccio una pausa e vado al bar.
Ordino un cappuccino in tazza grande, calda, con caffè freddo e poca schiuma: ordinaria amministrazione.
Ma non per un robot!

Psycho

Hai mai visto il film Psycho?

Qualche sera fa, in un’apoteosi di trasporto affettivo nei confronti della mia dolce metà, ho deciso di regalarle una serata romantica!
Per cui: luci spente e visione di Psycho di Alfred Hitchcock.
Con tanto di risata sardonica (la mia) e inspiegabili singhiozzi di terrore (i suoi) durante la famosa scena della doccia.

Se ti stessi domandando il motivo del mio comportamento – esattamente come mia moglie si chiede, dopo aver sviluppato varie forme di ansia quando deve fare la doccia e io sono in casa, perché mi abbia sposato – la risposta potrebbe essere la seguente: sono un prototipo di intelligenza artificiale sviluppato dal MIT.

Proprio come Norman.

Hai mai riflettuto, e questo episodio induce a farlo, che se un individuo viene educato al male, sarà cosa ostica che possa rivolgere il suo pensiero al bene?

Così, sebbene siamo amanti della tecnologia, il primo obiettivo che ci dovremmo sempre porre è quello di far sì che essa sia di pubblica utilità.
Che abbia risvolti positivi senza ombre o minacce, latenti e potenziali.

Al di là dell’encomiabile spirito di ricerca che ha mosso il MIT nella creazione di questo prototipo, forse sarebbe il caso di chiederci fino a dove è il caso di spingersi con l’intelligenza artificiale, se poi i risultati che ne possono scaturire sono Norman e il sottoscritto…

Allo stesso modo, per creare una società più corretta nella quale trovino spazio e ne siano fondamento i valori positivi, non credi che dovremmo iniziare dall’educazione dei più piccoli?

MIT

Mi fermo qui, non volendo sembrare né un professorone né migliore di quello che sono in realtà.
Credo comunque che i contorni di un esperimento del genere siano degni di vasto approfondimento, da ogni punto di vista.

Ora credo che combatterò il caldo con una bella doccia.
Io non ho paura!
Anche perché ho nascosto tutti i coltelli: pensa un po’ se anche mia moglie fosse un prototipo…

Alter Ego

Ci mancava

solo il mio alter ego!

Una persona impiega anni a uscire dal tunnel delle proprie turbe mentali, spende capitali ingenti – il mio psichiatra ha una bellissima villa con piscina olimpionica grazie a me – e poi la tecnologia ti fa questi scherzi da prete!

Ma proviamo a entrare nel dettaglio…

Il MIT (Massachusetts Institute of Technology), quel ritrovo borioso di cervelloni altresì detti nerd, ha sviluppato un sistema di sensori e intelligenza artificiale in grado di far dialogare dispositivo e utilizzatore.

AlterEgo, questo il nome della diavoleria in questione, legge nella vostra mente e si mette a fare ricerche per conto vostro su Google.

alterego

Sono assolutamente certo che non avete nulla da nascondere, sono sicuro al cento per cento che godete di privacy illimitata nell’eden del vostro studio, perciò un alter ego forse non vi cambierà la vita.

Però provate a immaginare una di quelle copie di micioni, sempre appiccicati, cheek to cheek anche dentro il bagno.
Quelle persone che non vivono un secondo l’uno senza l’altro.
Quelle persone che navigano insieme su internet.

“Dai amore, prova queste cuffie, così… tanto per gioco”.

E immediatamente da Mountain View partono le seguenti ricerche: come uccidere la fidanzata senza lasciare tracce; cambiare identità con soli 20 euro; isole dei Caraibi dove nascondersi; e, dulcis in fundo, ammucchiate selvagge!

La risposta non appare su uno schermo, ma vi viene dolcemente sussurrata all’orecchio. Siete miracolosamente salvi.
A meno che non siate come il sottoscritto, il quale, sentendo solo lui la voce di Google, dimenticando di avere una cuffia, dà di matto millantando fantasmi e manie di persecuzione…

Morale della favola: sentire una voce nell’orecchio non vi dovrebbe arrecare nessun fastidio, anzi in alcuni casi vi potrebbe essere d’aiuto.
Se invece siete come il sottoscritto richiamate lo psichiatra, e ditegli che può ordinare tranquillamente quel trampolino che sognava per la sua piscina…

Uscire da Google

quadro di Bruegel: "Il misantropo"

Chiudersi in casa e non aprire a nessuno

è l’unico sistema possibile per uscire da Google?

Per chi non l’avesse ancora capito, sono: misantropo; paranoico; compulsivo ossessivo; impulsivo; mediamente distratto. E poi ho anche dei difetti…

Tra questi c’è l’abitudine di spulciare le novità del mondo della tecnologia, giusto per alimentare le mie peculiarità caratteriali.

Immaginate perciò il putiferio scatenatosi nel mio cervelletto quando ho letto questo articolo, nel quale si descrivono tutte le cose che il motore di ricerca più famoso al mondo sa di noi.

Sai che novità, starete pensando…

Giusto. Solo che vedere scritto ciò che prima solo aleggiava nella testa ha lasciato un’impronta indelebile, fomentando quindi misantropia e paranoia.

uscire da google - doodle di google

Google sa dove sono stato e per quanto tempo: come farò a spiegare alla mia metà quelle tre ore al night? Con l’installazione di un server?
Google sa con chi comunico su Facebook, tutti i video che guardo su Youtube (ho detto Youtube! Non quell’altro…), conosce le mie convinzioni politiche e religiose.

In parole povere sa che sono misantropo, paranoico ecc…

E ha tracciato un profilo preciso sulla mia persona, stimando addirittura il mio reddito e il mio peso corporeo.
Cioè si chiede come posso, col mio conto in banca, comprare il salmone al supermercato.
E sono sicuro – poiché paranoico – che mi biasima per quel piatto di pasta in più che non mi posso permettere per via del mio peso corporeo stimato.

Per cui ho deciso di restare dentro casa, sbarrando porte e finestre dopo aver buttato dalla finestra cellulare e computer.
Ho deciso di farmi portare i pasti già pronti, e adatti al mio peso corporeo stimato, dalla mia vicina. Di nascosto. A notte fonda.

Intanto il mondo va avanti e se ne frega di tutto questo.

Ma io sono misantropo; compulsivo ossessivo; impulsivo; mediamente distratto. E, soprattutto, paranoico!

Alexa

assistente vocale Alexa di Amazon

Domani torno a casa con Alexa.

Quando ho interrotto il silenzio mangereccio della cena con questa frase, mia moglie è rimasta dapprima senza parole.

Poi mi ha chiesto se il motivo fosse quel pizzico di sale in più nelle polpette.

Poi mi ha aggredito verbalmente, affermando che gli uomini sono tutti uguali se basta una diciottenne siberiana (va a capire perché proprio siberiana!) per farci girare la capoccia e dimenticarci dei nostri obblighi famigliari.

A quel punto le ho spiegato che Alexa è un’assistente vocale, assolutamente virtuale.

Sono riuscito a calmarla, ma non penso che mi stimi più come prima…

Sta di fatto che Alexa ora è a casa, sul tavolo.

Ogni tanto ride da sola. Sembra sia imbottita di psicofarmaci.
Ma è lo scotto da pagare all’intelligenza artificiale, dopo tutto questa è l’era della domotica, dell’Internet of Things!

Vuoi mettere la comodità di non dover parlare direttamente col pizzaiolo per farti arrivare una 4 stagioni a domicilio?

Vorresti davvero continuare a informarti sul meteo o sul traffico quando potresti avere un’assistente che lo fa per te?

Diciamoci la verità, a noi maschi piace un casino l’idea della schiava che fa tutto per noi!

schiava dell'antica Roma vicino a due anfore

Che ci fa sentire la musica quando abbiamo bisogno di rilassarci; che ci dice che strada percorrere con la macchina; che ci dice di prendere l’ombrello perché pioverà; che accende le luci in casa al posto nostro; che ci raccomanda elenchi di faccende da sbrigare.

Insomma, Alexa è una suocera della peggior specie.
Che, ogni tanto, ride per niente…

Da quando c’è Alexa in casa i rapporti con mia moglie si sono deteriorati: ha fatto le valigie e mi ha lasciato solo con lei.

Non ti dico le risate della mia assistente!

E non è neanche una diciottenne siberiana…

Vimini

cesto di vimini

Hai mai provato a intrecciare un cesto di vimini?

Il bello di acquisire nuovi parenti è quello di entrare a conoscenza di cose che non avresti mai immaginato.
Oltre che fornire un alibi a prova di bomba al tuo disprezzo verso i parenti che già ti ritrovi.

Spinto da una terribile calamità quale l’interruzione dell’Adsl causa lavori, – compagnie telefoniche vi odio! Ma avrò la mia vendetta… – non essendo più abituato a periodi lunghi lontano da internet, mi aggiravo per casa come una belva in gabbia.

Senonché questa neo parentela mi ha convinto a cimentarmi con il vimini.

Nel corso di tale pratica, invero molto zen se madre natura ti ha dotato di sufficiente pazienza, ho avuto modo di cogitare su una catastrofe.
Magari non imminente – ma poi chi lo sa in fondo? – ma di certo probabile.
Ovvero: cosa succederebbe al mondo se d’improvviso internet non funzionasse più?

Te lo immagini il nostro pianeta che piomba all’oscurantismo dei primi anni ’90?
Cioè quando uscivamo di casa, parlavamo faccia a faccia con le persone, ascoltavamo musica dallo stereo e guardavamo film al cinema.
Un brivido gelato mi sconvolge all’idea di questo Medio Evo sociale…

cavo di rete su sfondo blu

A parte che io con internet ci campo… e già questo per me è un motivo sufficiente per pregare tutti gli Dei perché la temuta disgrazia non giunga mai!

Certo, fior di analisti rassicurano sul fatto che l’uomo di oggi, smart come è, sarebbe in grado di fare a meno di uno schermo connesso a qualsiasi cosa per ben 4 giorni: un’enormità!

Ma ciò che pavento e che mi spaventa è l’assenza totale e duratura del segnale.
Ammettilo: senza wi-fi sei perduto, come un agnellino pasquale al raduno europeo dei macellai.

Anche per questo motivo ho accettato con solerzia l’invito parentale a dedicarmi all’intreccio.
Bisogna essere preparati a un piano B!
Senza computer niente industrie… già, e come facciamo a vestirci? Come facciamo a nutrirci?
Sei capace di cucirti un vestito? O di coltivare la terra?
E, nell’eventualità di tornare all’agricoltura al posto di un comodissimo centro commerciale, come pensi di poter trasportare i frutti della tua fatica se non hai un dannatissimo cesto in vimini fabbricato dalle tue mani operose?

Per la cronaca: ho abbandonato il tentativo che comportava troppa destrezza manuale, e ho maledetto e bandito il mio nuovo parente che mi canzonava per la manifesta incapacità.
Mi sto ancora curando le ferite alle mani provocate dal maneggiare il legno.
Ma per fortuna con un mouse e una connessione riesco ancora a vivere!

Bitcoin

moneta bitcoin tra circuiti elettronici

Se un bitcoin possa essere considerato o meno una moneta

ve lo dico tra poco.

Quello che mi preme ora è raccontarvi una storia.
Realmente accaduta, ovvio!

Ovvero la storia di mia nonna, la quale, domenica scorsa, come premio per aver mangiato senza protestare:

  • lasagna;
  • gnocchi;
  • parmigiana di melanzane;
  • cotoletta;
  • salsiccia;
  • tiramisù;

mi ha voluto fare un dono prezioso.

“Nipotino adorato, ti voglio regalare un bitcoin. Non so cosa sia… ma ho incaricato il nonno di trovartene uno.”

E così il nonno, avendo sentito al TGR Leonardo che il bitcoin è una moneta virtuale e che si può minare, ha fatto 2+2.
Perciò ha sistemato una carica al plastico sotto il case di un vecchio pc, che la nonna, con molta fatica, aveva imparato a usare per consultare online le ricette di Suor Germana.

pc distrutto

Dopo la detonazione, che oltre al pc ha distrutto una parte di casa, mi si è rivolto trionfante, con la gaia certezza di avermi affidato i biblici cinque talenti da far fruttare.

A dire il vero, dopo l’intervento dei pompieri e della magistratura, non me la sono sentita di rendere edotto il parentado sulla natura del bitcoin.
Il quale non può essere considerato una moneta vera e propria per tre ragioni: non è un’unità di conto, né un mezzo di pagamento, né una riserva di valore.
Se vi va di approfondire l’argomento dal punto di vista tecnico leggete qui.

La morale di questa storia è che bisognerebbe informarsi meglio, specie quando si è nel campo del virtuale, prima di credere all’Eldorado.

Per quanto riguarda la sostituzione del pc, invece, per fortuna so già dove trovarlo: basta cliccare qui

E i nonni? Stanno bene.
Certo, il nonno per un po’ non costruirà ordigni artigianali, e anche l’interdizione ad acquistare fuochi d’artificio a capodanno o ad assistere a eventi pubblici spero termini presto.
Comunque potrà consolarsi con i manicaretti della nonna.
Ps: sono ingrassato di 5 kg! E quelli, purtroppo, non sono virtuali…

Terminator

scwarzenegger-nel-ruolo-di-terminator

Sto guardando Terminator per la terza volta consecutiva.

La mia non è una forma acuta di cinemania holliwoodiana.
Semplicemente studio, mi preparo per l’avvenire.

Il celebre scienziato Stephen Hawking ha spiegato in un’intervista che, nel futuro prossimo, l’intelligenza artificiale probabilmente sovvertirà l’ordine gerarchico uomo – macchina.
Insomma, i robot prenderanno il potere.

Quindi cerco di capire, mediante la visione del film, come ci si difende da uno Schwarzenegger incacchiato.

Ma, non avendo le physique du rôle, sto valutando seriamente di passare con decisione al piano B: trattare bene i computer.

Infatti, ci stiamo spingendo troppo oltre. Abbiamo elaborato un’intelligenza artificiale in grado di superare le nostre stesse conoscenze.
Sarebbe bene rifletterci sopra, prima di sfogarsi a testate sul monitor quando il pc impiega troppo tempo per aprire un file.
La colpa è vostra, non sua! L’avete fatto troppo pesante. Inutile che sbattiate il mouse o prendiate a calci lo chassis.
Un giorno potrebbero vendicarsi…

Perciò, da oggi stesso, lavorerò in guanti bianchi. Accarezzerò la tastiera come un pianista.
Rivolgerò complimenti sperticati al mio computer ogni volta che elaborerà un file.

E anche voi, che leggete questo articolo con un sorrisetto ironico, cambiate atteggiamento nei confronti della vostra macchina.
Fate finta che sia un vegetale.
Come vezzeggiate il pitosforo affinché fiorisca, siate gentili con i vostri pc.

Evitate di aprire mail sospette. Diffidate da chi, in italiano stentato, vi chiede ventimila euro promettendo una lauta ricompensa.

E stasera, prima di andare a letto, date la buona notte al vostro computer.
Prima che sia lui a darla a voi, in un futuro non lontano, imbracciando un fucile a canne mozze puntato sulla vostra testa…

Salvadanaio

Conservo ancora con cura il salvadanaio, un porcellino verde con la coda rossa, che mi fu regalato quando ero un bimbetto.

Mi è sempre piaciuto (come Paperon de’ Paperoni anche se in versione pezzente) il suono delle monetine.
Ogni volta che i miei genitori mi davano un soldino, io correvo a metterlo nel salvadanaio.
E quando per assecondare i miei vizi  – che allora consistevano semplicemente in un fumetto o in un gelato, beata innocenza! – toglievo il tappo al porcellino verde (niente martellate, anche allora praticavo la non-violenza) e prendevo delle monete, mi sembrava di svenarmi…

Ecco, siamo già al punto focale dell’articolo, senza che sia oltremodo necessario dilungarmi in maniera proustiana sui ricordi della mia infanzia.
Il punto è il denaro. E le vene.

Siamo a una svolta della nostra vita sociale: fingopay, il pagamento tramite un lettore di impronte digitali che riconosce l’acquirente facendo la scansione delle vene.

Ve la immaginate la coda ai negozi nel primo giorno di saldi?
Una folla di novelli E.T. con l’indice alzato, pronta ad aggiudicarsi senza pietà l’ultimo paia di scarpe disponibili al 70% di sconto.

Oppure, a scuola, a una domanda dell’insegnante, l’indice alzato dell’allievo potrebbe significare sia una pronta risposta, sia un tentativo di corruzione: mi metta 7 e mi scannerizzi dalla vena 50 euro!

Pensate anche ai rapinatori. Se prima si accontentavano del portafogli, che di per sé dà fastidio ma non comporta lesioni corporali, ora muniti di accetta e roncola andranno a caccia di polpastrelli?

A scanso di equivoci, ribadiamo che in questo ufficio si adora la tecnologia.
Solo che a volte sembra che si vada un po’ oltre…
Scansioni delle vene, letture ottiche e così via.
Però è quasi impossibile comunicare via mail con la pubblica amministrazione!
Ma la virtù non stava nel mezzo?

Torno a casa. In tasca ho degli spiccioli, il resto del cappuccino preso al bar.
Prendo le monetine e le lascio cadere all’interno del porcellino.
Tin, tin, tin: suono soave!
Mi sento un po’ Paperone.
La felicità è nelle piccole cose, e a volte scorre tra le dita.

Paese che vai

Paese che vai, usanze che trovi.
Ti è famigliare questo proverbio?

Nonostante siamo tutti connessi bla bla bla… e siamo tutti sui social bla bla bla… e le distanze si siano ridotte bla bla bla… viaggiare per il mondo è sempre speciale (bla bla bla).

Siamo affascinati dalla scoperta dei luoghi nuovi, e nessuna applicazione satellitare sostituisce a pieno la suggestione personale e soggettiva che un panorama è in grado di offrire.
A meno che la tua sensibilità sia rivolta alla mera scoperta del fast food più vicino – ma in questo caso sei già perduto e irrecuperabile – il viaggio ha in sé così tante sfaccettature filosofiche e antropologiche che non si torna mai da un viaggio uguali a come si era prima della partenza (bla bla bla).

Resta solo uno scoglio da superare, soprattutto per noi italiani, per godere totalmente dell’esperienza: la lingua!

Quante volte abbiamo visto scene patetiche di persone affannate a gesticolare come macachi, indicare punti sulle cartine in maniera disperata, improvvisare dialoghi improbabili che farebbero impallidire Totò e Peppino a Milano?

Da tempo per fortuna la santa tecnologia corre in nostro aiuto, tramite app per smartphone con traduttori vocali.
Che però, ahimè, non sempre – detto con eufemismo – sono precisi.
E oltre tutto necessitano di connessione per cui, se non sei al fast food di cui sopra…

Ma stai tranquillo amico viaggiatore, e prepara pure i bagagli per l’estremo oriente!
È arrivato Ili, un device portatile che traduce ciò che dici con uno scarto di 0,2 secondi.


La pecca è che per il momento le lingue disponibili sono solo il cinese e il giapponese…
Ma se hai un po’ di pazienza potrai a breve chiedere indicazioni con nonchalance in altre lingue: come si arriva a Buckingham Palace a un inglese, pretendere la restituzione della Gioconda a un francese, oppure informarti sulle emissioni di CO2 con un tedesco.
E soprattutto chiedere a tutti e tre la strada più breve per raggiungere il tuo fast food preferito!