Diciamo la verità: viviamo in un mondo schizofrenico!
Da una parte ci si affanna alla ricerca di soluzioni tecnologiche sempre più avanzate.
Dall’altra ci vengono riproposte immagini di cose che possiamo conservare solo nella memoria (le cabine telefoniche; i pomeriggi trascorsi su un muretto; il walkman; gli snack anni ’80 ecc…).
Per cui ci si trova a volte spaesati da questo bombardamento di informazioni e ricordi, un’eterna lotta tra il vecchio – o per usare un termine trendy “il vintage” – e l’innovazione.
Cosa scegliere? Cosa ci piace?

Consci del detto latino il quale avvisa che la virtù risiede nella giusta misura, ci accingiamo a parlare dello smart ring, un anello che può essere utilizzato per telefonare con le dita…

Prima di giudicare in maniera fantozziana (è una c***ata pazzesca), liberiamoci dai pregiudizi, e scevri da preconcetti proviamo ad analizzare cosa ci ha portati allo smart ring.

La tecnologia, detto in maniera del tutto demagogica e populista, avanza.
Indietro non si può andare.
E fin qui tutti d’accordo.
Tale avanzamento ha condotto a sistemi di interazione col mondo, virtuale e non, sempre più comodi e trasportabili. In una parola: piccoli.
Chi ha alcune primavere sul groppone ricorderà certamente i primi cellulari, simili ai telefoni che vediamo usare ai marines nei film sulla guerra in Vietnam.
Talmente grandi che sfondavano le tasche, a meno che non li si portasse in mano provocando uno sviluppo abnorme del bicipite…
Da questi si è via via passati a modelli più ridotti nelle dimensioni e sempre con maggiori funzioni, fino ad arrivare con lo smartphone attuale a una sorta di compromesso, ovvero dimensione accessibile e possibilità di fotografare una pulce e farla vedere alla novantenne zia Maria che vive in Australia.
Per cui gli oggetti indossabili (orologi, anelli e via dicendo) sono la naturale prosecuzione dei processi di ricerca tecnologica.

Però…
Perché in ogni cosa c’è un però…
Immaginate la scena: siete al ristorante con delle persone. All’improvviso, quello seduto di fronte a voi si mette con nonchalance un dito nell’orecchio e dice a una tale zia Maria di averle sì inviato la foto di una pulce, ma di stare tranquilla perché lui non ha le pulci e neanche le zecche, sempre col dito nell’orecchio mentre voi vi accingete a mangiare orecchiette con le cime di rapa. Ma d’incanto non avete più tanta fame mentre il commensale spiega alla zia che il cane non ha pulci o zecche, bensì solo un po’ di rogna difficile da curare.
Al giorno d’oggi è una conversazione abbastanza normale da ascoltare purtroppo.
Ma aggiungete a questo che l’anello funziona attraverso la trasmissione di onde sonore attraverso le ossa.
Così che il vostro commensale spiega alla zia che è salvo dall’orda di parassiti vari, ma teme che fare il conduttore di onde sonore che gli attraversano le ossa di dita e cervello possa portare a problemi più seri.
Dato che ormai la fame è passata, prendete una scusa e lasciate il ristorante.
Tornate a casa e guardate Fantozzi che recensisce “La corazzata Kotiomkin”.
Squilla il telefono. Le vostre mani sono prive di anelli.
Vi alzate e andate a rispondere, è un telefono vintage a ruota, con i numeri grandi.
“Pronto? Ciao zia. Sì tutto bene, grazie. Come va in Australia?”